Il manto della Vergine

La più grande chiesa di Chieri, la Collegiata di Santa Maria della Scala o Duomo, conserva nella Cappella delle Grazie uno dei nostri lavori più belli e importanti: il manto che orna la statua della Beata Vergine delle Grazie.
È particolarmente significativo perché la Cappella delle Grazie ha una storia secolare e un valore religioso e civile ancora molto sentito in città. 
Risale al XVII secolo, quando imperversava la peste e la collettività, non sapendo più come porre argine al flagello, fece voto alla Vergine di erigere una cappella in suo onore se avesse posto fine a quella tremenda pestilenza che aveva ucciso quasi la metà dei chieresi. In modo improvviso la peste cessò e la città mantenne il voto.

Il manto

Nel 2005, in occasione della celebrazione per i 600 anni dall’inizio della costruzione del Duomo e dei 100 dell’Incoronazione della Madonna delle Grazie, la nostra associazione decise di offrire per la statua un nuovo manto ricamato Bandera che costituisse un elemento di prestigio per la città e un richiamo ad una grande tradizione quale il Bandera.

Come prima fase si definirono i particolari del progetto: sul colore non ci furono grandi discussioni perché, anche se le due aziende chieresi che producono il tessuto lo forniscono in diversi colori pastello oltre al classico écru, 
si decise di rimanere nella tradizione e utilizzare il tessuto a nido d’ape color avorio. Per i disegni di comune accordo fu deciso di ricamare i bordi del mantello, quelli che sono maggiormente visibili, ripetendo i quattro fiori tradizionali del ricamo bandera: garofano, peonia, tulipano e rosa.

Più complicata fu la scelta del motivo che trapunta tutto il manto, perché qualcuno preferiva le stelle, che richiamano il cielo, mentre altri prediligevano i boccioli di rosa.

“Alla fine decidemmo per le rose”, ricorda la presidente Anna Ghigo, “in considerazione del fatto che sono il fiore della Madonna, così il manto venne trapuntato con i boccioli di rosa”. 

Dopo aver definito il disegno, si iniziò con la realizzazione: il manto venne tracciato su carta, poi le ricamatrici ne eseguirono dei campioni per decidere i colori e la quantità di filato necessario.

“È stato un lavoro impegnativo”, ricorda ancora Anna Ghigo. 
“Abbiamo calcolato il tempo che avevamo a disposizione e quanto ne richiedeva ogni fiore, poi l’abbiamo suddiviso fra le ricamatrici. Considerando che non si poteva lavorare tutte contemporaneamente, visto che i teli erano due, abbiamo dovuto organizzarci per finirlo in tempo per la celebrazione”.

Da allora il manto aggiunge una particolare luminosità alla statua, apprezzata dai tanti fedeli e visitatori che si soffermano davanti.

A Natale dello stesso anno le ricamatrici dell’Associazione hanno ricamato e donato anche il coprialtare, sulla fodera del quale hanno ricamato i loro nomi: Anna Ghigo che ha anche progettato il disegno, Orsola Benente, Cristina Cappello, Bruna Castelli, Giuseppina Fazzone, Maria Grazia Ferrante, Carmen Ferrero, Maria Teresa Grosso, Michelina Perello, Alda Savio e Alessandra Vasino.

La cappella

Nel XVII secolo la peste, quella descritta nelle pagine indimenticabili dei “Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni, imperversava in tutta l’Italia settentrionale e non risparmiò la città di Chieri. Nel luglio del 1630, momento in cui le dimensioni del contagio erano divenute tali da causare la morte di 4.000 degli 11.000 abitanti, il sindaco Carlo Robbio di San Raffaele convocò il Consiglio Comunale e i Magistrati della Sanità per eleggere dieci Conservatori della Sanità affinché proponessero iniziative utili a contenere l’epidemia.

Rendendosi conto dell’inefficacia dei pochi rimedi medici del tempo, la prima decisione dei Conservatori fu quella di rivolgersi a Dio e chiedere l’intervento della Maria Vergine, al fine di far cessare il contagio.

Il 26 luglio 1630 fecero Voto Pubblico per erigere all’interno della chiesa una cappella dedicata alla Madonna delle Grazie a spese della comunità.

Dopo il pronunciamento del voto, l’epidemia di peste cessò in modo repentino e inspiegabile e l’Amministrazione comunale si accinse a mantenere il voto: dotò subito la cappella di dieci giornate e 28 tavole di terreno per il suo mantenimento. All’interno dell’edificio però non c’era uno spazio disponibile dove erigerla e i Consiglieri incaricati presero contatto con un nobile chierese, Aurelio Valimberti, per ottenere la cessione di metà della sua cappella dedicata a San Giuliano, situata nella navata sinistra, poco oltre l’ingresso. In considerazione dell’importanza dell’evento, il nobile accettò e i Consiglieri incaricarono i fratelli Rusca, impresari luganesi, di trasformare lo spazio in cappella votiva municipale. A Pietro Botto di Savigliano fu affidato l’incarico di scolpire la statua lignea della Madonna e ai fratelli Cerutti, nipoti di Francesco Fea, affidarono la decorazione pittorica.

Nel febbraio 1636 avvenne l’inaugurazione della cappella, che da allora in poi è stata, ed ancora è, al centro della devozione dei chieresi.

Tuttavia, le dimensioni erano piuttosto modeste, e alla metà del XVIII secolo l’abate Giuseppe Antonio Buschetti, prevosto della Collegiata, permise che si allungasse prolungandola nel giardino della prevostura. Lui stesso disegnò l’attuale cancellata in ferro battuto, realizzata da Antonio Carrera. Il Capitolo cattedrale, in accordo con il Comune, nel 1757 affidò l’incarico di realizzare il progetto al famoso architetto Bernardo Antonio Vittone, considerato uno dei maestri del Barocco piemontese. Vittone in una lettera affermava di aver disegnato la nicchia della statua della Vergine sul modello di quelle che sono nella navata maggiore di S. Giovanni in Laterano in Roma, perché non restasse chiusa e poco visibile ai devoti, e la illuminò “alla bernina”, cioè con fonti di luce naturale nascoste. La statua venne arricchita da un putto che regge un cuscino su cui siede Gesù.

La cappella fu completamente rivestita da marmi policromi e ai lati dell’altare furono collocati due quadri che descrivono altrettante fasi della peste che devastò Chieri nel 1630. Sono due opere di Giuseppe Sariga, un pittore nato nei dintorni del lago di Lugano ma vissuto e attivo in Piemonte dove lasciò molte opere.

Quello a sinistra dell’altare, detto Il contagio, descrive l’infuriare della peste, con in primo piano una folla di malati e moribondi e sullo sfondo carri che trasportano cadaveri. Un angelo che sorvola la città brandendo una spada di fuoco suggerisce la lettura del tragico evento come castigo di Dio (la stessa interpretazione, del resto, che nei loro interventi ne davano i membri del Consiglio comunale). Nel quadro di destra, detto Il solenne voto, la scena è completamente diversa: il clero, le autorità, le confraternite e il popolo, radunati in piazza, invocano dalla Madonna delle Grazie la fine della peste. L’angelo che rinfodera la spada simboleggia l’esaudimento delle preghiere e la fine del castigo.

A Giuseppe Sariga fu affidata anche la decorazione del cupolino: l’artista vi affrescò angioletti svolazzanti fra le nubi sullo sfondo di un cielo azzurro.

Il voto

Il voto del 1630 stabiliva di celebrare una messa solenne ogni primo giorno del mese di settembre, di celebrare una messa ogni sabato di ciascuna settimana, e nella stessa sera di cantare le litanie della Madonna nella cappella stessa.

Ancora oggi, a distanza di quasi quattro secoli, ogni anno il voto viene rinnovato e commemorato con la festa patronale della Città di Chieri dedicata alla Beata Vergine delle Grazie.

La domenica precedente il secondo lunedì di settembre si celebra alle 18 la Funzione Votiva della “Salve” con la partecipazione dei presuli, delle autorità comunali, dei rappresentanti delle Forze dell’ordine e delle Associazioni del territorio e il giorno successivo, durante una solenne Concelebrazione Eucaristica, le autorità cittadine rinnovano l’atto di dedizione a Maria.

Don Bosco

A questa cappella era particolarmente affezionato san Giovanni Bosco, che a Chieri trascorse dieci anni, fondamentali per la sua vita: arrivò sedicenne, ancora in cerca della sua strada, e davanti alla Madonna delle Grazie pregava ogni giorno, mattino e sera. Proprio nella cappella, pregando e riflettendo, decise del suo avvenire. Quando divenne sacerdote celebrò lì la sua quarta Messa.

Il ricamo Bandera iniziò a diffondersi a partire dal XVII secolo nelle residenze reali dei Savoia, nei castelli, nelle ville di campagna e nelle case di caccia della nobiltà. I motivi per i disegni inizialmente furono ripresi dagli arredamenti in stile barocco e rococò di tali dimore, successivamente vennero ispirati dai più famosi ebanisti, intarsiatori e architetti che lavoravano presso la Casa Reale, quali Pietro Piffetti, Luigi Prinotto, Giuseppe Maria Bonzanigo, Benedetto Alfieri. Ci furono anche artisti che prestarono la loro opera per preparare i cartoni di base per i ricami, come Claudio Francesco Beaumont.

Seguendo questa pregevole e antica tradizione, la nostra Associazione arricchisce continuamente l’archivio di disegni di cui dispone. In particolare la nostra presidente, Anna Ghigo, la vera anima delle molte attività volte a tutelare e diffondere la conoscenza di questa tecnica di ricamo, prende spunto da elementi scenografici che sollecitano il suo senso artistico, come arazzi, stemmi, decori vari, per ricavarne un nuovo motivo che poi viene realizzato da lei o dalle maestre della scuola, prima di essere esposto alle manifestazioni e proposto alle allieve.

Ad esempio, l’acquerello qui a fianco è stato dipinto da Felicita Giunipero Rocchia, pittrice su tela e ceramica. L’artista, che è stata socia fondatrice della nostra Associazione ed autrice del nostro primo opuscolo, lo ha donato, insieme ad altri lavori, all’Associazione proprio come suggerimento per un ricamo. Anna Ghigo lo ha trasformato in disegno, prendendo solo gli elementi che più si rifanno alla tradizione storica del ricamo Bandera e modificando gli altri. Nell’acquerello si vedono un tulipano, una peonia, delle campanule e dei piccoli fiori gialli che sono stati conservati; ma si vede anche una gerbera, che esula dai classici fiori Bandera, ed è perciò stata sostituita da un bocciolo. Anche il bordo, che nell’ipotesi dell’acquerello era piuttosto corposo, è stato alleggerito per dare maggior risalto al disegno.

Ed ecco il cuscino ricamato che ne è risultato, che abbiamo chiamato “Fiori di maggio”, e che è stato presentato alla I edizione di Italia Invita, nel 2003.

Abbiamo scelto questo ricamo per illustrare il passaggio dall’idea al lavoro finito perché è molto riprodotto sul web, e di questo ne siamo ovviamente liete; saremmo però più contente se venisse perlomeno citata la provenienza, perché l’unica gratificazione del nostro impegno è proprio l’apprezzamento di chi come noi ama questa tecnica di ricamo.